Brasile / In missione

La forza degli Orixas

Dona Juvani è maê (madre) de terreiro. È stata “chiamata” dagli Orixas all’età di 17 anni mentre studiava a Salvador, lontana dalla famiglia, lontana dalla sua comunità, Kaonge, villaggio rurale del municipio di Cachoeria nel Reconcavo baiano. Siamo in Brasile, nello Stato Bahia. La città e la regione raccontate da Jorge Amado nei suoi romanzi. Dona Juvani, al secolo Juvani Nery Viana Jovelino, è anche una quilombola, discendente da quegli uomini e donne schiavizzati e trapiantati dall’Africa in questa parte del mondo all’epoca della tratta. Insieme a loro arrivarono gli Orixas, divinità africane che rappresentano elementi naturali come l’acqua, la terra, il fuoco e, però, nel tempo hanno acquisito le sembianze dei santi cattolici, unico modo che gli africani avevano per continuare a venerare i propri dei in condizione di schiavitù.

Dona Juvani, guida spirituale della comunità di Kaonge, ci attende al centro del terreiro, luogo sacro agli Orixas, di fronte all’altare dove i fedeli portano giornalmente offerte e “obbligazioni”: cibo e regali di ogni genere. Al centro dell’altare statue di San Pedro e San Benedetto, una pietra che sembra una spugna, bambole di pelouche e brocche per l’acqua. In alto, un quadro un po’ scolorito con la figura di un guerriero che a prima vista sembra un supereroe e invece scopriamo essere Xango, divinità del fuoco.

“Ogni ultima domenica del mese il terreiro è aperto a tutti. Vengono le persone che mi chiedono di risolvere problemi, turbamenti, crisi o anche sintomi di cui non si capisce la natura, scambiati spesso per problemi psichici. A quel punto occorre fare una pulizia del loro corpo e del loro spirito – ci racconta Dona Juvani – Ognuno ha bisogno di una diversa pulizia a seconda del santo che veglia su di lui: con la farina di mais, con il fango oppure con tutto quello che trasmette axe, energia: piante o frutta. Tutti portano offerte e lasciano regali. Gli Orixas non mangiano – dice sorridendo la maê – ma il cibo e le bevande sono di buon auspicio”.

Gli altri giorni il terreiro non è aperto ma “se c’è bisogno le persone mi chiamano e io le ascolto”. Quasi 70 anni e un portamento fiero e sicuro. Si vede da lontano che è a guida della comunità: le persone quando la incrociano abbassano un po’ la testa in segno di saluto. È una vera autorità da queste parti. E incontrarla nel luogo sacro è un privilegio. Ci racconta la sua storia, ed è un fiume in piena, a sentirla parlare si direbbe che il suo Orixa sia Yemanja, il dio dell’acqua e dei fiumi, ma in realtà, ci dice, lei è consacrata a Xango, quello del quadro. Una storia dura ed esemplare la sua, e che ci racconta anche tutta la storia dei Quilombolas del Vale do Iguape dove lavoriamo per il progetto “Terra de direitos”: 17 comunità di afrodiscendenti che da qualche anno cercano di riscattare le terre dove hanno sempre vissuto i loro avi, gli “ancestrali” come dice Dona Juvani.

Queste sono le terre dove gli schiavizzati (guai a definirli solo schiavi perché, ci spiegano, nessuno nasce schiavo. I nostri avi erano persone libere che sono state ridotte in schiavitù) si sono nascosti dopo la fuga dai latifondi dei padroni o dove sono rimasti quando i padroni si sono spostati altrove dopo il fallimento delle loro aziende di canna da zucchero, gli Engenhos. Dona Juvani, è figlia di una Quilombola e di un padre di origini portoghesi che arrivò a Kaonge risalendo il fiume Paraguaçu, già investito dagli Orixas della volontà di fare del bene. “Mio padre ricevette una specie di chiamata, e dopo aver vinto una ingente somma di denaro al gioco grazie agli Orixas che gli avevano parlato, comprò una barca chiamata “Nova Aldea” (nuovo villaggio), lasciò tutto, lavoro e casa, e risalì il fiume andando a soccorrere e portare conforto e aiuto a tutte le persone che incontrava sulle sponde del fiume. Arrivato a Kaonge incontrò mia madre e si fermò”. Nemmeno Amado o Garcia Marquez avrebbero saputo raccontare meglio una storia d’amore e di rinascita. “Io – continua Dona Juvani seguendo il flusso inarrestabile della sua memoria – fui costretta da giovanissima ad andare a studiare a Salvador, mio padre voleva che crescessi con un’educazione e qui non era possibile. Ho sofferto molto questo allontanamento dalla famiglia e mi son ripromessa di fare la maestra, proprio per tornare al villaggio e insegnare ai bambini a leggere e scrivere per evitare che se ne dovessero andare. Quando, a breve distanza l’uno dall’altra, mia madre e mio padre morirono tornai a Kaonge per badare ai fratelli. Nel frattempo avevo anche io avuto la chiamata dei santi. Speravo che non avrebbero scelto proprio me, ma mio padre mi aveva avvisato. Quando si sono manifestati, attraverso malori e dolori vari che mi affliggevano, mi ribellavo, mi facevo il segno della croce e speravo ancora di non essere la prescelta. Ma poi non ho potuto far altro che accettare questo dono”. Questo dono l’ha forse portata anche a fondare una scuola di danza che ha raccolto ragazzi da tutte le comunità circostanti, a fare la maestra attraversando foresta e strade di fango, a svegliarsi la mattina alle 5 per spremere l’olio di dendè (olio di palma) e poi andare a prendere l’acqua, badare ai 10 figli e pensare alle sorti della comunità. Solo una divinità può infatti permetterti di fare questa vita! Dona Juvani continua a raccontare e a dire come da queste sue attività e poi con l’arrivo di suo fratello Ananias (attuale leader politico del Consiglio Quilombolas che riunisce le 17 comunità del Reconcavo) sia cominciato il loro riscatto. Parla ispirata in questo spazio sacro che una volta era casa sua e che adesso è della comunità intera: “È stato un Orixa a dirmi di richiamare Ananias che si trovava a Salvador e iniziare con me l’avventura della scuola di danza. Da qui è partito tutto”. Oggi le comunità quilombolas di questa zona si riconoscono e sono riconosciute come portatrici di una storia, di una cultura e di una identità unica. Che tutti insieme vogliono difendere. La religione è strettamente legata a questa visione. Il terreiro, ad esempio, è uno dei luoghi che definisce l’esistenza di una comunità e prima ce n’era uno in ogni villaggio, adesso non è così e molti vengono a Kaonge anche da fuori. La religione seguita qui è simile a quella di altre religioni di origine afrobrasiliane che si trovano in gran parte dell’America Latina come il candomblè o la santeria cubana, ma si chiama Umbanda. L’Umbanda ha una concezione particolare degli Orixas: li immagina infatti come emanazioni divine di una grande unico dio che si chiama Zambi e a differenza delle altre non è né animista né politeista. Tutto questo non ce lo ha detto Dona Juvani ma sono andata a cercarmelo su wikipedia. La curiosità infatti è tanta, il fascino anche. E subito la storia di Dona Flor e i suoi due mariti, le invocazioni agli Orixas per far sparire il fantasma ingombrante del primo per far vivere alla donna una vita tranquilla e onesta con il secondo, tornano alla memoria più vivi e chiari. E poi, visto che l’Umbanda dice che in ciascuno di noi vibrano differenti Orixàs… mi è rimasta la curiosità di conoscere il mio. Ma chiederlo a Dona Juvani era impossibile: continuava a parlare e parlare, forse in contatto con l’ixu, il messaggero degli Orixas che, dice lei, la viene a trovare nei momenti meno opportuni. L’abbiamo quindi lasciata persa nel suo mondo di rivelazioni e forze divine.

Pamela

Pamela Cioni, fiorentina, giornalista professionista, ha lavorato per diverse testate locali e nazionali dove ha scritto di cinema, cultura e cooperazione internazionale. Si è occupata di letteratura latinoamericana per la casa editrice Caminito della quale è stata anche fondatrice. Attualmente è responsabile per la comunicazione della ong COSPE per la quale è anche direttrice della rivista “Babel”.

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