Acqua / Libano

Hai comprato l’acqua?

Una delle prime cose di cui mi ha avvertita il proprietario di casa il giorno in cui sono entrata in questo appartamento è stata quella di non bere assolutamente l’acqua del rubinetto, e nemmeno di usarla per cucinare. Così io e i miei due coinquilini facciamo a turno per comprare le grandi bottiglie di acqua contribuendo, ahimè, ad aumentare la quantità di rifiuti di questo Paese. Cerchiamo di riciclarle, sperando che una volta messe nell’apposito bidone con la scritta recyclage, il loro destino sia veramente quello. Sì, perché non è solo l’acqua a essere un problema in Libano, ma anche la gestione dei rifiuti e il loro riciclo.

Tornando all’acqua e ai miei coinquilini, a volte ci si rende conto quanto questa risorsa venga sottovalutata quando, come l’altro giorno, alle 10 di sera l’acqua delle bottiglie finisce, nessuno ha voglia di scendere a prenderla e per fortuna c’è un mini market aperto 24 ore. Sì perché gesti spontanei come riempire una borraccia o mettere acqua nel bicchiere direttamente dal rubinetto bisogna dimenticarseli.

Uno dei problemi principali riguardanti l’acqua in Libano è il livello di sicurezza e affidabilità: l’accesso ad acqua potabile disponibile al bisogno e gestita in sicurezza, quindi libera da contaminazioni, è disponibile per meno della metà della popolazione. Anche l’accesso al network pubblico è sbilanciato lungo tutto il Paese: ci sono forti disparità e zone in cui la rete idrica non arriva.

Il Libano, infatti non ha un sistema adeguato per la fornitura dell’acqua, in alcune zone non è regolarmente assicurata per tutta la giornata, in altre ancora capita che alcune case non siano connesse alla rete idrica. Ricordo che in un precedente viaggio nel nord del Paese ero ospite di alcune famiglie di rifugiati siriani che abitavano un palazzo nuovo ma senza niente; mi hanno raccontato di come dovessero aspettare l’acqua piovana per lavare i vestiti e pagare cinquanta dollari per comprare grandi quantità di acqua potabile.

Insomma, in Libano c’è un continuo aumento della domanda di acqua ma un pessimo servizio di distribuzione, pessimo stato delle reti di fornitura, perdite d’acqua dovute a reti vecchie e logore e molto altro.

In alcune zone, come ad esempio la regione di Akkar, anche l’aumento della popolazione dovuto alla presenza di profughi siriani, non aiuta a migliorare la gestione del servizio. La costruzione di nuove case lontane dalle risorse e la vita precaria dei rifugiati non offrono grandi speranze. In più, nei villaggi connessi alla rete, l’acqua non è sempre distribuita durante tutta la giornata. Il malfunzionamento o l’assenza del servizio pubblico hanno chiaramente condotto la popolazione locale a cercare altre alternative che si sono trovate nel riempire bidoni alla fonte, acquistare acqua da rivenditori che possiedono un pozzo o un camion cisterna, o realizzare un pozzo o una rete privata.

L’accesso all’acqua è un diritto, un bene comune, uno strumento per garantire il benessere delle persone, ma negli ultimi anni ho notato come un bene, che noi diamo così per scontato, tanto scontato non è.

Intanto, mentre torno verso casa, scrivo ai miei coinquilini se nell’appartamento abbiamo ancora acqua potabile oppure se devo fermarmi a comprarla io.

 

Claudia Civera

Claudia Civera, 28 anni, è nata e cresciuta nella nebbiosa provincia di Brescia. Per anni ha fatto parte del gruppo scout del suo paese, cosa che le ha fatto amare ancora di più la vita all’aria aperta, il rispetto verso l’ambiente e verso gli altri. Studiando Lingue e Letterature straniere si è appassionata all’arabo e a tutto quello che ha a che fare con questo mondo. Dopo l’Erasmus a Lione e la laurea, si è traferita a Torino per studiare Scienze Internazionali, in particolare le politiche del Medio Oriente e del Nord Africa. Nel frattempo è riuscita ad assaporare un poco di Medio Oriente con un viaggio in Palestina e uno in Libano. Durante gli studi si è interessata al mondo della cooperazione internazionale e, dopo il corso di Project Manager della scuola COSPE, è partita per uno stage in Libano dove si trova tuttora.

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